“Voci dal silenzio”

Siamo in un granaio palladiano che fa parte di una delle opere incompiute di Andrea Palladio … Incompiute paiono anche le opere di Antonietta perché un quadro non è mai finito, almeno per l’artista. Trent’anni fa un critico francese scriveva che “Occorre stare attenti perché le parole possono gettare sull’arte un’ombra impenetrabile.” Speriamo di non farlo. Il titolo della mostra suggerisce il SILENZIO. Ma l’eco della mostra risponde con un canto che idealmente dipinge le mappe del nostro cuore. C’è come un’eco che riverbera dai quadri. Ho conosciuto Antonietta qualche anno fa per merito di un amico. A Thiene la pioggia cadeva sottile nel mattino di novembre. L’automobile percorreva vie d’acqua per giungere alla casa di Antonietta. Via Sile, Via Adda, Via Tagliamento. M’immaginavo bragozzi lucie caorline, senza sapere che poco dopo avrei trovato, in un suo quadro, delle gondole parcheggiate sotto la luna. Pensavo, Antonietta: “Lo stesso nome di mia madre, lavorava lì vicino, a Schio, ripassatrice di lana. Adesso dipana cirri in cielo.” Speravo che l’omonimia non mi suggestionasse e non tessesse dentro di me trame e orditi col filo di emozioni incrociate Antonietta è i suoi quadri. Quel giorno li elencava indicandoli alle pareti come fossero suoi altri figli, con una tenerezza commovente. Io guardavo e cercavo l’isolamento interiore per ascoltare quello che i quadri sussurravano alla mia anima per la prima volta. Sapevo che poi non sarebbe stato più così. Antonietta parlava io ascoltavo come se la descrizione dei quadri fosse la prima frase d’amore Mi avvicinavo ai volti dipinti sperando nella rivelazione di un segreto, mi avvicinavo ai corpi confidando in una carezza. Perché, si voglia o no, i quadri sono un noi trasferito. Sono il miracolo metafisico che da millenni si rinnova rubando colori e luci, imbrigliando emozioni che diventano quasi dolorose per la mente. Ancora adesso non so come facesse il piccolo soggiorno della casa di Antonietta a contenere tante esplosioni di significati e come non si aprissero, da sole, le finestre per far conoscere ai cieli lì fuori tanto fulgore. Sono momenti in cui vorresti fermare il tempo ed inventare una continua stagione creativa. Al piano terra altri quadri, non col filo logico dei primi, ma una sorta di antologia fatta di libertà interpretative e di tecniche varie. C’era una strada di Burano vista d’infilata che mi ricordava la schiacciata scenografia del teatro Olimpico. Un albero misterioso mi riportava a Natale. Ecco le gondole che la luna nascosta illumina appena. Ammiravo non risolvibili abbandoni di corpi, caste nudità, sguardi invitanti. E poi una sorta di giovane Madonna coricata che riposava su un gradone tra colonne antiche. Lo so, non era una Madonna ma a me parve così per i colori del manto e della veste. Una Madonna stanca nella Betlemme inospitale. La macchia bianca, sulla base di una colonna, pareva la stella cometa.

Mi piacerebbe avere la capacità di descrivere i sorrisi e le lacrime e capire, se mai fosse possibile, come si mescolino nelle tele. Ma questa incapacità di descrizione, forse è proprio l’avventura assoluta ed impossibile dell’arte. Nella stanza accanto campeggiava un cavalletto con appoggiata una tela coperta da un leggero velario. Antonietta stava soffrendo l’ultima opera. “Non si può vedere” mi disse, e nemmeno le chiesi di farlo. Lì vicino c’era Guardami. Ecco la voce! Il quadro mi disse: Guardami perché posso essere tua, perché sono imprendibile, perché so ricevere. O guardami soltanto come forma d’amore Il quadro mi disse: Guardami non vedermi soltanto. Penetrami con tutta la forza che puoi della tua anima e dei tuoi pensieri come fossero atomi instancabili. La mia anima, in quel momento, ha fatto qualche capriola nel grande universo che circonda e rende libere le anime. Davanti alle tele di Antonietta scivola il tempo di stagioni nuove, d’orizzonti afferrabili, di verticalità insospettate, d’emozioni imperdonabili, come se la pittura fosse davvero il mondo sognato delle grandi immagini e dell’avventura. E non so come faccia a conservare nel tempo la tensione vibrante che l’incendia e trasferirla sulla tela, come solo lei sa fare. E, almeno io, la trovo però sempre umana e semplice in un mare di variati linguaggi. Il soggetto o l’oggetto dipinto, per adesso le sta ancora per un poco resistendo, ma succederà che si innalzerà in un altrove che ancora non si conosce o sprofonderà nel cielo di altre interpretazioni. Questa navigazione artistica procederà non ci sarà ritorno Lei ha le mani come impigliate nel folto della vita e riesce ad entrare talora nel nostro deserto emozionale. Ascoltando la voce sommessa od urlante dei quadri non si è mai al riparo dallo smarrimento, che può durare molto. Colpa magari di talune accecanti bellezze che ci aiutano nel nostro bisogno di sognare. Con i suoi quadri è inevitabile applicare l’arte dell’ascolto. Questa oasi di ascolto fa spazio alla luce in questa vita che è spesso un vaso di ombre. Le luci in questi casi si accendono lentamente, come nei presepi, come sugli alberi di Natale. E le emozioni che ne derivano, anche confuse, portano a nuove direzioni, a nuove stelle polari. In tutto questo Antonietta traccia solo il primo passo con fremiti del suo cuore d’artista. Guardi i quadri e ascolti. Ad un certo momento il tuo normale meccanismo percettivo si inceppa e comincia a girare da altra parte. Talora ti sembra di cogliere l’infinito nei frammenti, e cercare il filo d’oro che li tiene assieme. Se li guardi così, se li ascolti così, anche se sei carico d’anni puoi sentirti vivo dentro e sentire la vita respirare. Oggi qui, io sento il respiro di Antonietta. Quello che meraviglia è che i quadri non sono suoi, sono subito offerti al nostro sogno che lei non conosce. Ma intanto ha fermato le emozioni e fissato il suo racconto, ha rallentato la nostra fretta e la nostra agitazione. Ha insegnato ai suoi quadri a parlare. Questa galleria di quadri dovrebbe essere come un’oasi scoperta all’improvviso, quando proprio ci pareva che il deserto non finisse più. Buon ascolto del silenzio. LUCIA PORRA, “I pensieri delle donne”

in Giornale di Vicenza, 7 marzo 2014

“I pensieri delle donne” è il titolo della mostra di pittura di Antnietta Meneghini e Michela Gioachin , allestita al Complesso Monumentale di San Silvestro, a Vicenza, che si apre oggi ma verrà inaugurata ufficialmente domenica 9 marzo alle 17, con una introduzione dei curatori, Maria Lucia Ferraguti e don Gino Prandina. La mostra è a cura dell’associazione Artisti per l’arte sacra. Due stili diversi ma un comune intento di far vivere i volti femminili. I ritratti di Meneghini trasferiscono impressioni soggettive, colte dal quotidiano, in efficaci immagini della società ordierna. I dipinti di Gioachin sono impreziositi da una luce dalla qualità rara, capace di regalare visioni di trasparenza che si sottraggono all’ombra. Michela Gioachin, nata a Montacchio Maggiore, vice e lavora a Vicenza. Le sue opere derivano da scatti fotografici che l’artista esegue personalmente ai soggetti. Sono poi realizzate su tela in acrilico, utilizzato come acquerello, molto diluito e steso per successive velature.

Antonietta Meneghini, nata a Laives (BZ), vive e lavora a Thiene: rivela una ricercapittorica che lascia intravedere i segreti che ogni animo nasconde dietro le espressioni di ogni giorno. Ritrae volti e sguardi che si aprono alla fantasia, grazie alle trasparenze che danno nuove visioni. Domenica 23 alle 17 ci arà la presentazione del libro “Il conte e la Strega” di Cristina Lanaro, a cura di Sonia Maculan, con reading dalla voce di Giampiero Pozza della compagnia teatrale “La Zonta” di Thiene.

Critico: GIORGIO RIGOTTO
Villa Thiene,Quinto Vientino, 10 gennaio 2015

altre critiche

Gente Veneta

Pittura apollinea, immersa in uno stato di calma bellezza, pittura che diviene pura apparizione, risolta dall’artista con gli strumenti classici del passato: grande capacità grafica e proprietà coloristiche.

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“Voci dal silenzio”

Siamo in un granaio palladiano che fa parte di una delle opere incompiute di Andrea Palladio … Incompiute paiono anche le opere di Antonietta perché un quadro non è mai finito, almeno per l’artista. Trent’anni fa un critico francese scriveva che “Occorre stare attenti perché le parole possono gettare sull’arte un’ombra impenetrabile.” Speriamo di non farlo. Il titolo della mostra suggerisce il SILENZIO. Ma l’eco della mostra risponde con un canto che idealmente dipinge le mappe del nostro cuore. C’è come un’eco che riverbera dai quadri. Ho conosciuto Antonietta qualche anno fa per merito di un amico. A Thiene la pioggia cadeva sottile nel mattino di novembre. L’automobile percorreva vie d’acqua per giungere alla casa di Antonietta. Via Sile, Via Adda, Via Tagliamento. M’immaginavo bragozzi lucie caorline, senza sapere che poco dopo avrei trovato, in un suo quadro, delle gondole parcheggiate sotto la luna. Pensavo, Antonietta: “Lo stesso nome di mia madre, lavorava lì vicino, a Schio, ripassatrice di lana. Adesso dipana cirri in cielo.” Speravo che l’omonimia non mi suggestionasse e non tessesse dentro di me trame e orditi col filo di emozioni incrociate Antonietta è i suoi quadri. Quel giorno li elencava indicandoli alle pareti come fossero suoi altri figli, con una tenerezza commovente. Io guardavo e cercavo l’isolamento interiore per ascoltare quello che i quadri sussurravano alla mia anima per la prima volta. Sapevo che poi non sarebbe stato più così. Antonietta parlava io ascoltavo come se la descrizione dei quadri fosse la prima frase d’amore Mi avvicinavo ai volti dipinti sperando nella rivelazione di un segreto, mi avvicinavo ai corpi confidando in una carezza. Perché, si voglia o no, i quadri sono un noi trasferito. Sono il miracolo metafisico che da millenni si rinnova rubando colori e luci, imbrigliando emozioni che diventano quasi dolorose per la mente. Ancora adesso non so come facesse il piccolo soggiorno della casa di Antonietta a contenere tante esplosioni di significati e come non si aprissero, da sole, le finestre per far conoscere ai cieli lì fuori tanto fulgore. Sono momenti in cui vorresti fermare il tempo ed inventare una continua stagione creativa. Al piano terra altri quadri, non col filo logico dei primi, ma una sorta di antologia fatta di libertà interpretative e di tecniche varie. C’era una strada di Burano vista d’infilata che mi ricordava la schiacciata scenografia del teatro Olimpico. Un albero misterioso mi riportava a Natale. Ecco le gondole che la luna nascosta illumina appena. Ammiravo non risolvibili abbandoni di corpi, caste nudità, sguardi invitanti. E poi una sorta di giovane Madonna coricata che riposava su un gradone tra colonne antiche. Lo so, non era una Madonna ma a me parve così per i colori del manto e della veste. Una Madonna stanca nella Betlemme inospitale. La macchia bianca, sulla base di una colonna, pareva la stella cometa.

Mi piacerebbe avere la capacità di descrivere i sorrisi e le lacrime e capire, se mai fosse possibile, come si mescolino nelle tele. Ma questa incapacità di descrizione, forse è proprio l’avventura assoluta ed impossibile dell’arte. Nella stanza accanto campeggiava un cavalletto con appoggiata una tela coperta da un leggero velario. Antonietta stava soffrendo l’ultima opera. “Non si può vedere” mi disse, e nemmeno le chiesi di farlo. Lì vicino c’era Guardami. Ecco la voce! Il quadro mi disse: Guardami perché posso essere tua, perché sono imprendibile, perché so ricevere. O guardami soltanto come forma d’amore Il quadro mi disse: Guardami non vedermi soltanto. Penetrami con tutta la forza che puoi della tua anima e dei tuoi pensieri come fossero atomi instancabili. La mia anima, in quel momento, ha fatto qualche capriola nel grande universo che circonda e rende libere le anime. Davanti alle tele di Antonietta scivola il tempo di stagioni nuove, d’orizzonti afferrabili, di verticalità insospettate, d’emozioni imperdonabili, come se la pittura fosse davvero il mondo sognato delle grandi immagini e dell’avventura. E non so come faccia a conservare nel tempo la tensione vibrante che l’incendia e trasferirla sulla tela, come solo lei sa fare. E, almeno io, la trovo però sempre umana e semplice in un mare di variati linguaggi. Il soggetto o l’oggetto dipinto, per adesso le sta ancora per un poco resistendo, ma succederà che si innalzerà in un altrove che ancora non si conosce o sprofonderà nel cielo di altre interpretazioni. Questa navigazione artistica procederà non ci sarà ritorno Lei ha le mani come impigliate nel folto della vita e riesce ad entrare talora nel nostro deserto emozionale. Ascoltando la voce sommessa od urlante dei quadri non si è mai al riparo dallo smarrimento, che può durare molto. Colpa magari di talune accecanti bellezze che ci aiutano nel nostro bisogno di sognare. Con i suoi quadri è inevitabile applicare l’arte dell’ascolto. Questa oasi di ascolto fa spazio alla luce in questa vita che è spesso un vaso di ombre. Le luci in questi casi si accendono lentamente, come nei presepi, come sugli alberi di Natale. E le emozioni che ne derivano, anche confuse, portano a nuove direzioni, a nuove stelle polari. In tutto questo Antonietta traccia solo il primo passo con fremiti del suo cuore d’artista. Guardi i quadri e ascolti. Ad un certo momento il tuo normale meccanismo percettivo si inceppa e comincia a girare da altra parte. Talora ti sembra di cogliere l’infinito nei frammenti, e cercare il filo d’oro che li tiene assieme. Se li guardi così, se li ascolti così, anche se sei carico d’anni puoi sentirti vivo dentro e sentire la vita respirare. Oggi qui, io sento il respiro di Antonietta. Quello che meraviglia è che i quadri non sono suoi, sono subito offerti al nostro sogno che lei non conosce. Ma intanto ha fermato le emozioni e fissato il suo racconto, ha rallentato la nostra fretta e la nostra agitazione. Ha insegnato ai suoi quadri a parlare. Questa galleria di quadri dovrebbe essere come un’oasi scoperta all’improvviso, quando proprio ci pareva che il deserto non finisse più. Buon ascolto del silenzio. LUCIA PORRA, “I pensieri delle donne”

in Giornale di Vicenza, 7 marzo 2014

“I pensieri delle donne” è il titolo della mostra di pittura di Antnietta Meneghini e Michela Gioachin , allestita al Complesso Monumentale di San Silvestro, a Vicenza, che si apre oggi ma verrà inaugurata ufficialmente domenica 9 marzo alle 17, con una introduzione dei curatori, Maria Lucia Ferraguti e don Gino Prandina. La mostra è a cura dell’associazione Artisti per l’arte sacra. Due stili diversi ma un comune intento di far vivere i volti femminili. I ritratti di Meneghini trasferiscono impressioni soggettive, colte dal quotidiano, in efficaci immagini della società ordierna. I dipinti di Gioachin sono impreziositi da una luce dalla qualità rara, capace di regalare visioni di trasparenza che si sottraggono all’ombra. Michela Gioachin, nata a Montacchio Maggiore, vice e lavora a Vicenza. Le sue opere derivano da scatti fotografici che l’artista esegue personalmente ai soggetti. Sono poi realizzate su tela in acrilico, utilizzato come acquerello, molto diluito e steso per successive velature.

Antonietta Meneghini, nata a Laives (BZ), vive e lavora a Thiene: rivela una ricercapittorica che lascia intravedere i segreti che ogni animo nasconde dietro le espressioni di ogni giorno. Ritrae volti e sguardi che si aprono alla fantasia, grazie alle trasparenze che danno nuove visioni. Domenica 23 alle 17 ci arà la presentazione del libro “Il conte e la Strega” di Cristina Lanaro, a cura di Sonia Maculan, con reading dalla voce di Giampiero Pozza della compagnia teatrale “La Zonta” di Thiene.

Critico: GIORGIO RIGOTTO
Villa Thiene,Quinto Vientino, 10 gennaio 2015

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Gente Veneta

Pittura apollinea, immersa in uno stato di calma bellezza, pittura che diviene pura apparizione, risolta dall’artista con gli strumenti classici del passato: grande capacità grafica e proprietà coloristiche.

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